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La documentazione educativa e la qualità della scuola

Un'interessante riflessione del professor Gian Carlo Sacchi sull'importanza della documentazione per l'attività didattica e la centralità dei Centri di documentazione in regione.

Tutto si è svolto negli ultimi vent’anni e rischia già di declinare. Ci riferiamo all’enfasi posta sulla documentazione dell’attività didattica in collegamento con l’innovazione nella scuola. In verità la cosa era partita fin dai tempi dei “Centri Didattici Nazionali” ed aveva avuto una ulteriore affermazione all’epoca della sperimentazione e della propulsione innescata nella formazione degli insegnanti dai “Decreti Delegati” del 1974. Ma fino alle soglie del 2000 la documentazione si accompagnava da un lato all’adempimento amministrativo e, dall’altro, alla letteratura pedagogica.

E’ stato con l’autonomia che è diventata indispensabile una comunicazione professionale diretta a ricaduta rapida sulla didattica, sia per gli aspetti legati alla possibilità da parte dei docenti e delle scuole di intervenire nel cambiamento senza più mediazioni di carattere burocratico, sia per l’importanza che assume la comunicazione sul fronte della valutazione e della diffusione delle così dette buone pratiche.

Una tale strategia è stata sostenuta in modo potente dalle tecnologie che hanno offerto notevoli opportunità di organizzare documenti ed esperienze fino a costringere la stessa letteratura a trasferirsi nei social network.  Quello che però stenta a cambiare è la cultura professionale nella scuola, che rimane ancora fruitiva e scarsamente collaborativa. Assistiamo infatti a docenti che navigano in internet e si iscrivono a tutte le banche dati possibili, ma con lo stesso intento con il quale si abbonavano alle riviste didattiche, cioè quello di prendere. In passato però tali riviste avevano il compito di offrire un sapere validato, cioè che doveva essere proprio conforme ai programmi nazionali, una sorta di traduzione autentica degli stessi, viceversa oggi, con l’autonomia didattica appunto, il processo si sarebbe rovesciato: è lo scambio dal basso che arricchisce e se le esperienze non si possono trasferire in modo uniforme, la loro comunicazione diventa il tesoro professionale, il sistema nervoso della qualità del curricolo.

E’ evidente che questo sapere ha bisogno di validazione, ma non sarà il centro nazionale a farlo, distribuendo alle scuole la ricetta, ma sostenendo con strutture e competenze adeguate la ricerca. E’ questo rovesciamento di prospettiva che deve entrare subito nei processi di riorganizzazione delle scuole stesse e nei contratti del personale. Orari, organici, incentivi non devono più avere al centro la funzione erogativa, la lezione; a nulla servirà una valutazione che non potrà poi agire in concreto sul miglioramento, che prima di tutto deve far leva sulla riqualificazione delle risorse interne  agli istituti scolastici, a partire dall’esperienza professionale. E allora se valutazione non è più ricerca di conformità, ma di qualità, come faranno vecchi e nuovi organismi valutativi se manca la documentazione?

Il momento pericoloso è proprio questo, cioè l'affievolimento della cultura innovativa che ha sostenuto la motivazione e le attività dei docenti dell’ultimo ventennio un po’ su tutto il territorio nazionale, il timore che porti al declino anche le attività di documentazione, facendo sfumare una grossa occasione nel potenziamento dell’autonomia e del supporto tecnologico.

Il sistema nazionale non lo si definisce, ma lo si costruisce, ed un passaggio fondamentale di questa costruzione, che ne permette anche il confronto internazionale, è la qualità della didattica, che passa attraverso la documentazione delle “pratiche” e il confronto, che apre la prospettiva della ricerca e del miglioramento. Tale declino porta con se l’attenuazione di un servizio come GOLD, che invece meriterebbe un significativo rilancio, non solo come vetrina dei progetti ministeriali, ma come infrastruttura del sistema nazionale e la nascita di aggregazioni spontanee che fanno però fatica a comunicare. Insomma il pericolo è quello di abbandonare strumenti che costituiscono anche occasioni di crescita culturale e professionale e relegano i motivati, che per fortuna ci sono e sono in grado di farsi sentire, ad azioni del tutto volontaristiche, poco conosciute e poco apprezzate dall’istituzione.

La documentazione è altresì un antidoto contro una concezione egoistica dell’autonomia, che delimita cioè l’istituto anche a livello mediatico entro i confini della propria “rendita” sul piano sociale e territoriale: i loro siti espongono non scambiano!

Se la scuola, ricca o povera che sia, non vuole rendersi socialmente indifferente, uscendo anche da maniacali visioni elitarie, non deve solo “rendere conto”, ma per prima socializzare, contribuire ad animare la qualità della vita sul proprio territorio, anche in relazione alla sua funzione di “collocare nel mondo”. L’investimento sulla documentazione è un passaggio fondamentale per mantenere costantemente la consapevolezza del proprio operato, pronti a spiccare il volo verso l’innovazione.

Gli strumenti ci sono, i finanziamenti ci sarebbero se ormai in tempi di federalismo queste azioni diventassero davvero collaborative: ci vuole governo.

In Emilia- Romagna si è cercato di creare una rete che tenga dentro la presenza di GOLD, per quello che resta dell’Agenzia Nazionale, fino ad arrivare ad ogni singolo territorio con i Centri di Documentazione con diverse vocazioni e caratteristiche. La Regione ha realizzato una sorta di Albo di questi centri e il portale “DidatticaER”.
Ora queste cose devono funzionare e se malauguratamente la riforma dell’ANSAS si piegherà ai desideri del sistema valutativo nazionale, occorre, che proprio nell’ottica federalista a livello regionale venga rilanciata la documentazione per la ricerca, la comunicazione, la formazione.

Bisogna evitare che anche questa rete che ha delle specificità uniche sul territorio nazionale cada in un periodo di scarsa motivazione che colpisce un po’ ovunque, compresi gli enti locali. I Centri sono stati “riconosciuti” a livello regionale, sono usciti dall’anonimato, devono entrare in una positiva azione di governo, magari assunti all’interno del piano programmatico che porta alla definizione dell’offerta formativa.

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fonte:Gian Carlo Sacchi- CDE Piacenza
creato:venerdì 15 aprile 2011
modificato:venerdì 15 aprile 2011